Il terzo volume della trilogia nera

Riccardo Del Dotto
3 novembre. Il pedone avvelenato 
Il Nero, il secondo giocatore, la luciferina vendetta del fallimento che insegue l’inconsapevole eroe di tante battaglie, nel cuore del mito che sospinge verso il folle volo, oltre l’umano.

Siamo orgogliosi di aver introdotto il più avvincente e più profondo romanzo di Stefano Sala, con la prefazione di un altro maestro del noir, Roberto Carboni.

in mansarda con l'autore

Per la quarta di copertina

Dopo un noir duro come Il sacrfificio dell’alfiere e l’action thriller La scacchiera d’oro, ecco un romanzo storico a chiudere la trilogia nera degli scacchi di Stefano Sala. Come in un sogno il romanzo ripercorre la storia di Gioacchino Greco, il primo uomo che seppe trasformare il gioco degli scacchi in una professione.

 Stefano Sala riesce a fare questo: farci sognare. Con la sua bella scrittura pulita, leggera e profonda. Avventurosa da subito. Sognare. Sospendere il tempo e l’incredulità. Calarci nel suo mondo incredibilmente nitido e reale eppure misterioso e spericolato.

Veleggia verso l’ignoto Gioacchino Greco accompagnato dal diacono Fernando Lopez che è la figura assolutamente centrata dell’antagonista e dalla fantastica penna di uno Stefano Sala ancora una volta attento interprete di una partita tra storia ed inventiva e dove il bianco ed il nero escono entrambi vincitori.

 Sala ricostruisce il passato preso in prestito dalle fonti e dove la storia si rimescola con la leggenda, confusa dalle menzogne dell’oblio, sutura gli strappi romanzando in una fantasticheria che affascina e avvince. Il genere noir, che dipinge a tinte fosche il testo, a differenza delle due precedenti opere dell’autore, stavolta si addentra molto di più nel tema del mito, che nell’universo degli scacchi non può che radicarsi nella figura del calabrese Gioacchino Greco, eroe primigenio.

la prefazione dello scrittore Roberto Carboni

Che belli i tempi in cui per analizzare una partita, potevamo solo accendere il cervello. Rimboccarci le maniche. Fallire, ricominciare, analizzare, chiamare un amico scacchista (più bravo, ma forse non eri disposto ad ammetterlo) sperando ti levasse le castagne dal fuoco.Fallire, alzarci la notte non ancora arresi, ricominciare. Niente mostri da milioni di mosse al secondo per analizzare i nostri schemi.Che bello guardare i GM, lo loro foto (ve li ricordate gli occhi di Alekhine, il grugno di Kasparov, la spavalderia di Fisher) e pensare che era tutto lì, dentro la loro testa. Sembrava di percepire l’energia. Sentivi la smania del pioniere, la sindrome dell’alchimista.Sentivi il desiderio della ricerca. Il rispetto per il tempo richiesto nel trovare una soluzione. Come quando non c’erano le videocassette, e per rivedere un film potevi anche aspettare due anni. Era normale. Il tempo. Il respiro. L’essere umano. Quando per le aperture c’era al massimo il manuale di Porreca, che il più delle volte già alla quarta mossa della variante principale ti piantava lì come uno scemo, con un 4… d4?? Con quegli unici due punti interrogativi come commento. E basta. Che poi non significavano niente. E il tuo avversario aveva giocato proprio 4… d4. E tu avevi comunque perso la partita (strategicamente, peraltro) senza capire il perché. Eppure c’erano due punti interrogativi. Eppure avevi fatto solo mosse buone. Te ne convincevi. Ma non poteva essere così.

Fallire, ricominciare. Alchimia.

E chissà come doveva essere ai tempi di Gioacchino Greco. Tutto da scoprire, da teorizzare. Quanta magia! E’ la magia che ci affascina. Non mi riferisco qui a quella esoterica, ma a ciò che ci manda in trance. Che sospende la realtà e il tempo. Che ci separa dal mondo. La fisica, la matematica, gli scacchi. Il ragionamento puro. Per me, scrittore costretto a comunicare usando questa interfaccia imperfetta delle parole, la partita a scacchi è la vera e assoluta fusione tra cervelli. Tu fai la tua mossa, che non è solo una mossa. E’ un pensiero, una strategia, il tuo algoritmo, la tua filosofia di gioco. E vedi l’avversario pensare per dieci minuti, poi lo senti sorridere. La sua anima, non lui. Lui è impassibile ma tu sai che dentro è felice. Ha capito il tuo piano e cerca di contrastarlo. Si è accesa la scintilla. I cervelli sono entrati in contatto. Pensiero puro. Senza bisogno di interfacce. Poi lui fa la mossa e tu speri di riuscire a fare altrettanto, di capirlo. Perché si tratta di questo: capire. Per poter rispondere. Capire. (Petrosjan, il timido Tigran, il mio mito. Fintamente impacciato come il tenente Colombo. Armeno, campione del mondo e laureato in psicologia. Ti levava i piani dalla testa tre mosse prima che ti venissero in mente: era impossibile capirlo). Comunicazione. Tensione. Battaglia. Nervi tesi. Trance. Non tempo.

 

Stefano Sala riesce a fare tutto questo. Farci sognare. Con la sua bella scrittura pulita, leggera e profonda. Avventurosa da subito. Sognare. Sospendere il tempo e l’incredulità. Calarci nel suo mondo incredibilmente nitido e reale eppure misterioso e spericolato.

Il dono della scrittura è come il dono della mossa. Passi la vita ad affinarlo, ma devi averlo, perché è magia, è stupore. Ogni frase è un candelotto di dinamite che scatena interi giacimenti di pensieri, di immagini, di memorie e fantasie. Che aggancia la nostra parte tenera e bambina.

Stefano è riuscito a farmi volare, palpitare, incuriosire, stupirmi. Il suo narrare è onesto, modesto. Non cerca di emergere dallo scritto, come il regista teatrale, semplicemente dietro il sipario a osservare pubblico e attori.

Sono felice di aver letto questo romanzo, felice di aver incontrato questo compagno di sogni, di aver scoperto e riscoperto Gioacchino Greco e il resto della compagnia.

Sono passati undici anni dall’ultima gara che ho fatto e ancora, ovunque sono, quando sento un orologio fare tictac sono pronto a 1.c4!

Non ho tempo!, penso. Ma frigge.

Polverina magica.

Non ho tempo.

Rimane nel sangue.

Sarebbe bello, però.

1. c4. Dai!

Chissà…

 Lunga vita ai sognatori!

 Roberto Carboni

 

 

 

L'introduzione del Maestro Riccardo del Dotto

Gioacchino Greco Prometeo degli scacchi

La trilogia in nero di Stefano Sala si chiude al vertice della storia che ha per protagonista Gioacchino Greco, il primo uomo che seppe trasformare il gioco degli scacchi in una professione, tormentata conversione che muta il diletto in oro, al prezzo della solitudine della vittoria, dell’oltraggio dell’ingiuria e del castigo dell’invidia. Alla passione, l’Eros che governa “il Calabrese”, si contrappone l’ombra di Thanatos, nelle sembianze del diacono Don Fernando, alter ego del protagonista, un vendicativo Salieri, accecato da un odio vissuto come missione e maledizione parallela all’ossessione del nobil giuoco.

Sfuggire alle interminabili sventure si traduce in peregrinazione incessante attraverso l’Europa del XVII secolo, ma el siglo de oro non basta a placare l’inestinguibile brama di Greco, il viaggio assume i contorni del miraggio, orizzonte delle infinite possibilità  e conradiana linea d’ombra precipitata in “folle volo” di Odisseo, “verso un mondo impensabile ancora da ogni teoria”. Più che lo spirito di Colombo, in lui aleggia il Caboto dalla fine avvolta nel mistero.

L’operazione di Sala non è nuova nel campo della letteratura scacchistica. Paolo Maurensig, autore del best seller La Variante di Lüneburg e massimo esponente italiano in questo campo, più volte si è cimentato nella ricostruzione storica intrecciata al romanzo riguardo a personalità del mondo a sessantaquattro caselle: con l’ingiustamente dimenticato Daniel Harrwitz ne L’ultima traversa; con il genio Paul Morphy ne L’arcangelo degli scacchi; con il campione del mondo vissuto tra le due guerre, Alexander Alekhine, in Teoria delle ombre.

Già in precedenza l’autore si era occupato di Gioacchino Greco, nella raccolta di racconti Una partita a scacchi, limitandosi tuttavia agli anni giovanili trascorsi in Calabria.  Sala come Maurensig ricostruisce il passato preso in prestito dalle fonti e dove la storia si rimescola con la leggenda, confusa dalle menzogne dell’oblio, sutura gli strappi romanzando in una fantasticheria che affascina e avvince. Il genere noir, che dipinge a tinte fosche il testo, a differenza delle due precedenti opere dell’autore, stavolta si addentra molto di più nel tema del mito, che nell’universo degli scacchi non può che radicarsi nella figura del calabrese Gioacchino Greco, eroe primigenio, Prometeo desideroso di lasciare ai posteri il sacro fuoco della conoscenza, tradotto in un codice da tramandare nei secoli come legato di una lingua sconosciuta, sviluppatasi all’interno di un microcosmo, che vorrebbe assurgersi a metafora esistenziale.

Questo è il vero dono di Greco, non la combinazione spesso indebitamente sconfinata nell’epica omerica, bensì quella fatica di Sisifo per raggiungere il tetto del mondo e cogliere quella goccia di splendore capace di appagare i sensi nel nome di un gioco che nel farsi professione si è consacrato come arte.

Riccardo Del Dotto

 

 

 

 

Incipit

Il fetore delle acque marce della sentina mi aveva stretto la gola rendendomi difficile persino respirare. Avevano lasciato un marinaio a guardia della mia porta e ora che la botte, uscita per una forte rollata dai suoi fermi, si era schiantata aprendomi un varco vedevo chiaramente, aiutato dal mio piccolo lume, che il povero uomo, colpito anche lui, non riusciva più a muovere le gambe. «Triste sorte amico mio, guarda come è buffo il destino, se la nave non andrà a fondo, la botte ha invertito i nostri ruoli, io libero e tu paralizzato...»