La scacchiera d'oro incipit

 

I LUPI

 

 

            Buio, scalpitio di cavalli, richiami, voci gutturali che incitano, odori forti. Un vento freddo accarezza le piume e scuote i rami di qualche cespuglio, l’aria tersa annuncia l’arrivo della neve. Attesa, tutti i sensi tesi, vigili. Gli occhi sono coperti, buio, eppure la scena è perfettamente visibile nel pensiero, ogni dettaglio scorre sotto il cappuccio di pelle, non sono gli occhi, ma il cervello che con attenzione segue ogni rumore, ogni movimento.

            «Eccolo lì dietro quel sasso! Taishir vai, veloce! Tagliagli la strada!»Ora i cavalli sbuffando nuvole di vapore dalle froge, affrettano l’andatura, non è un galoppo, ma un allegro trotto. Gli artigli si serrano, non è il momento di cadere. Taishir corre veloce, urlando, altri due cavalieri lo seguono, devono tagliargli la strada. Il confine con la taiga e i suoi boschi non è lontano, lo devono tenere allo scoperto.

            Rashid Almarr al Qutb è attraversato da una scarica di adrenalina, non sente più freddo, anzi ora sta sudando copiosamente, è incollato al capo battuta, lo segue con rispetto e attenzione. Il braccio sinistro è indolenzito dal peso e dalla posizione.

            Merghen, il capo battuta, ha fermato il cavallo su di un rialzo, Rashid gli è subito accanto, la vista è perfetta, il lupo corre allo scoperto, davanti a sé ha solo sassi e radi cespugli, deve essere un bel maschio, grosso e forte, Rashid lo segue con lo sguardo, trattiene il fiato, guarda lo splendido animale, ne è talmente incantato che cade quasi in trance!

            Merghen gli urla in un inglese gutturale: «Ora! Ora! Svelto!» luce! ...un lampo di luce ferisce gli occhi: due severe fessure. Le delicate piume del collo e del petto hanno un impercettibile fremito. Rashid ubbidendo all’ordine, con un gesto brusco ha tolto il cappuccio di cuoio, Narantuya “Raggio di sole”, la splendida aquila reale, scuote la testa, impiega solo qualche secondo ad abituarsi alla luce. Rashid molla i laccetti di pelle e con un gesto deciso verso l’alto libera il braccio dal peso a lungo sostenuto.

            L’aquila dopo una breve e corta planata inizia a guadagnare quota, sale e il suo acuto richiamo penetra come un ferro rovente nelle orecchie dei cacciatori, ma anche in quelle del lupo che aumenta l’andatura. Taishir e gli altri battitori, con i cavalli al galoppo, gli tagliano la strada impedendogli di cercare un rifugio fra i primi alberi della taiga e dando così all’aquila il tempo di salire sempre più in alto. Narantuya “Raggio di sole” muove la testa e guarda gli esseri viventi di quella desolata tundra divenire sempre più piccoli, insignificanti, indifesi. Attende Narantuya, non ha fretta e sale sempre più su.

            Il lupo è diventato minuscolo: un topolino impaurito che fugge nella tundra, l’occhio di “Raggio di sole” non lo perde un attimo di vista, intanto lei sale. Ora è veramente in alto, lontana, si distinguono appena le penne remiganti all’estremità delle grandi ali. Rashid la segue con lo sguardo riparando gli occhi con la mano sinistra, non capisce, intanto si avvicina al cavallo del capo battuta, lanciandogli occhiate perplesse in cerca di una qualche conferma.

            Improvvisamente Narantuya si decide ad attaccare. Ora scende quasi in verticale le ali contratte, quasi una pallottola d’acciaio, acquista sempre più velocità, il lupo corre in modo regolare, non sa perché ma avverte un gelido pericolo che gli serra il cuore. Merghen, il capo battuta, ha tolto il cappuccio alla sua aquila ma ancora la trattiene per i laccetti di pelle, intanto sprona il cavallo.

            Il lupo è sempre più vicino, Narantuya picchia, sembra quasi rischi di sfracellarsi, ma all’ultimo istante riapre le enormi ali e protende le zampe con i lunghi artigli sfoderati.

Merghen molla i laccetti e lancia la seconda aquila.

L’impatto è violentissimo, “Raggio di sole” ha affondato gli artigli, travolgendo la preda in una rovinosa caduta. Il lupo si rialza subito, cerca di liberarsi, si gira e affonda i denti, ma lei tiene, saldamente tiene. Dura un attimo, la seconda aquila, più pesante della prima, colpisce il lupo mandandolo nuovamente a zampe all’aria. Le due aquile serrano gli artigli, sanno cosa fare e con le ali aperte lo immobilizzano. Merghen, veloce quasi quanto le sue aquile, le ha raggiunte, è già sceso dal cavallo e con un affilato coltello provvede prontamente a far cessare le sofferenze del lupo.

Adesso apre la bisaccia che ha al fianco e inizia a distribuire pezzetti di carne di lupo, con cui sempre premia i suoi rapaci, per abituarli all’odore e al sapore della loro preda.

 

 

 

            Rashid è euforico, è stato magnifico, quasi un orgasmo, altro che caccia alle pernici con il falcone! Gli è costata cara questa battuta in Mongolia, il solo posto, dove ancora si usano le aquile per compiere una caccia così antica e cruenta, ma i soldi non sono certo il suo problema. Vorrebbe raggiungere i battitori, il lupo, le aquile, ma si ricorda improvvisamente del figlio, il principe Salman Aziz al Qutb, dove diavolo è finito? Lo cerca con lo sguardo preoccupato e finalmente lo vede, è su un’altura aggrappato alla sella sul suo cavallo, fermo, impietrito, singhiozza terrorizzato.

            Il principe Salman ha dieci anni, delicato bambino di salute cagionevole, ha un sacro terrore dei rapaci, spesso ha degli incubi che lo fanno svegliare sudato e terrorizzato, il palazzo allora risuona dei suoi pianti disperati. Ultimamente sogna di essere sdraiato, un falco è sul suo petto, ne sente il peso, gli spezza il respiro. Lui lo guarda atterrito nei suoi occhi di ghiaccio finché con due beccate l’uccello non gli strappa gli occhi.

            Rashid Almarr al Qutb, non riesce a rassegnarsi, quest’unico figlio maschio, sangue del suo sangue, deve amare le cose che lui ama, deve porre i suoi delicati piedini sulle proprie impronte, deve crescere forte e certo delle tradizioni e dei doveri che la sua dinastia, gli al Qutb, gli impongono. Un giorno diverrà anche lui un emiro e dovrà occupare il suo posto, dovrà ereditare oltre il suo enorme impero economico fatto di puzzolente petrolio, anche i suoi amati falchi e dovrà perpetuare i riti della falconeria che sono da secoli il sigillo della casata degli al Qutb!

            Il principe, ignaro delle aspettative paterne, è fermo su quel colle, lo sguardo fisso sulle aquile e la carcassa del lupo, piange e trema, la sua sella, ricoperta di una bianca pelle di montone, è bagnata e macchiata da un liquido che non è sudore! Rashid è infuriato e deluso, sperava, trascinandolo con sé, di far risvegliare qualcosa che, non riesce ad ammetterlo, non si sveglia perché non c’è! Che delusione! Ha atteso a lungo che Allah gli regalasse un figlio in cui rispecchiarsi e con cui allontanare la paura della morte, ma adesso vorrebbe che Salman non fosse mai nato. Sente l’amaro fiele fra le labbra e urla chiamando Muhammad il precettore, che si occupi lui del principe. Sprona il cavallo e raggiunge il lupo le cui interiora sono già state date in pasto alle aquile...

Il sacrificio dell'alfiere incipit

NEL PORTO

È una bella giornata. Il sole è già alto e sembra intenzionato a farsi perdonare una primavera così fredda. Giorgio si muo- ve nervoso nel suo studio, sente un improvviso bisogno di luce, di aria, di caldo. Il suo ultimo quadro è lì adagiato sul cavalletto, ha provato Giorgio a parlargli, sì, lui parla con le sue opere, le interroga, le ama o le odia.

I quadri di solito gli rispondono, gli suggeriscono un co- lore, una velatura, una linea più decisa e lui dialogando con la sua creatura del momento, danza come un forsennato con i pennelli in mano. Non sempre accetta i suggerimenti che gli arrivano dalla tela, spesso fa tutto il contrario, quasi a voler dimostrare una sua supremazia. Alle volte è sod- disfatto della sua ribellione, altre rimane così deluso del risultato che in un moto d’ira aggredisce il quadro con un vecchio bisturi e lo fa a pezzi.

La luce filtra fra le veneziane, lo studio è accogliente ma vi regna un grande caos: su un tavolo una bottiglia di rosso mezza piena, un calice e i resti ormai secchi di un panino, briciole dappertutto. Un grosso cavalletto sorregge una tela, da una cassettiera stracolma sbucano fuori, in gran confusio- ne, tubetti di colori, matite, pennini, spugnette e pennelli. Alcuni barattoli pieni di acquaragia tentano di ammorbidire le punte di pennelli usati, regalando all’ambiente il loro pungente odore.

In un angolo una vecchia Berger un poco sfondata. Di fronte, su un tavolino basso, una scacchiera ripete l’ultima mossa di una partita che vede la sua vita su un server e at- tende ansiosa il tratto del Nero. Gli scacchi, che passione, quasi un vizio, come bere o fumare! Una volta frequentava un circolo, partecipava a dei tornei, ora no, ora si limita a qualche partita su internet con tempi lunghi, quasi una par- tita per corrispondenza. Il suo avversario ha spinto l’alfie- re a catturare un pedone dell’arrocco: un suicidio! Giorgio non ha ancora deciso se accettarlo.

Osserva la scacchiera: le conseguenze sono evidenti, il re nero cattura l’alfiere in h7, il Bianco dà scacco con il cavallo in g5, il re nero torna in g8, il Bianco sposta la regina in h5 con minaccia di matto, che si può parare solo con il sacrificio della regina nera. No, non lo accetterà, anche se ha perso un pedone non asseconderà il suicidio dell’alfiere avversario.

Lascia la scacchiera irritato, riprende il pennello, sta dipingendo una marina: il cielo è tutto puntinato con tenui tocchi di azzurro, di verde e di giallo. Il mare è increspato, un forte vento fa viaggiare veloce una vela e in primo piano dei pini, curvati, resistono plasticamente alla forza dell’aria che li vorrebbe sdraiare. Manca qualcosa, Giorgio lo sa, lo sente, ha interrogato a lungo il quadro, ma non ha ricevuto nessuna risposta. Improvvisamente si sente stanco, posa il pennello che aveva appena intinto nel blu cobalto: il biso- gno di aria si è fatto troppo forte, così indossa la giacca ed esce.

Oggi il piccolo bar all’angolo della strada non esercita su di lui il solito richiamo, non ha voglia di incontrare i tossici che sembra vivano perennemente ancorati fra i quattro ta- volini che si allargano sul marciapiede. Così schermandosi dietro i suoi spessi occhiali da sole, che gli danno l’illusione di essere invisibile, apre la portiera della sua vecchia Cin- quecento e parte. Ha bisogno di sole, ha bisogno di rive- dere il mare, di provare ancora a cogliere il suo segreto, il suo colore.

Non c’è traffico, l’autoradio immerge la vettura in un fado così nostalgico da sembrare una densa melassa che sposandosi con il suo umore, quasi fosse un pilota auto- matico, fa scivolare la vettura per le vie del centro. Giorgio non ha deciso dove andare, ma senza esserne cosciente, curva dopo curva, incrocio dopo incrocio, sta dirigendosi a Porticello il porto peschereccio vicino l’Aspra. Il mare lì ha sempre un colore molto intenso, il fondale di scogli e posidonia e la luce che è riflessa dai monti baciati dal sole del mattino, accendono sulla superficie un festival di blu: dall’acqua marina al cobalto.

Il porticciolo è immerso in una calma irreale, una parte dei pescherecci è fuori e quelli che hanno pescato di not- te hanno ormai scaricato il pesce e riposano strusciandosi sulla banchina. Il suo “Corto Maltese”, piccolo cabinato a vela, è ormeggiato alla ruota saldamente ammanigliato ad un corpo morto.

Giorgio scende dalla Cinquecento sorridendo: sempre lì andava a finire quando qualcosa non girava per il verso giusto! Ha in mano la piccola macchina fotografica digitale e visto che è arrivato al porto, vuole andare sulla diga fora- nea a scattare qualche istantanea al mare, la userà dopo in studio per creare i colori.

Si avvia lentamente arrampicandosi sui grandi massi, ogni tanto si ferma crogiolandosi al sole, come un gros- so gatto ben satollo e lancia uno sguardo al “Corto Malte- se” da padrone preoccupato della salute del suo bene e da amante afflitto da sensi di colpa: “È vero, sono troppi giorni che non ti porto fuori!”.

Alcuni gabbiani turbano la quiete del paesaggio litigan- dosi con grandi berci qualche pesce di poco valore che da un peschereccio ormeggiato è stato rigettato in mare. Gior- gio ora sta proprio bene, è seduto su uno scoglio e guarda un vecchio che con una cannetta da due soldi tende aggua- ti ai muggini. I pesci sfrecciano veloci sotto la superficie dell’acqua ignorando sdegnosamente l’esca.

Ha appena acceso la macchina fotografica, ha portato l’occhio al mirino: c’è troppa luce e il display è quasi inser- vibile. Scatta veloce, anche se è incerto del risultato, ma il vantaggio del digitale è proprio questo: scatti venti pose per averne una decente, se va bene. Un rumore stonato lo investe facendolo fermare: è un motore di macchina imbal- lato, un suono fuori posto, visto che la strada è lontana dietro le case e il frastuono del traffico arrivano smorzati.

Alza gli occhi girandosi e fa appena in tempo a vedere una vecchia Fiat Panda color giallo canarino che a velocità sostenuta percorre tutta la banchina del molo sud, conti- nuando la sua corsa con un breve volo, quando sotto le ruote è finito l’asfalto. La macchina sembra rimanere sospesa in aria, come in un rallenty, dando il tempo a Giorgio di vedere il viso del guidatore, sorridente, le mani ben strette sul volante e la cintura di sicurezza saldamente allacciata.

L’impatto con l’acqua alza grosse onde e gli schizzi ar- rivano fin sulla foranea, l'auto dopo essere affondata fino ai finestrini chiusi, si risolleva cominciando a galleggiare come una paperella in una vasca da bagno. Giorgio guarda immobile la scena: troppo assurda, ma anche troppo reale. Non è un film, la Panda non potrà restare a lungo in super- ficie. Con due salti si lancia sulla banchina e corre veloce urlando: «La cintura! ... la cintura, sganci la cintura!»... 

Un anno su Cochise navigando nel Mediterraneo incipit

 

 

 

 UNA BURRASCA ANNUNCIATA

 

       Il cielo è pieno di nuvole che corrono veloci verso NE inseguendosi in una gara infinita, il vento è già fresco e la temperatura è tornata su valori che si addicono al mese di gennaio.

       Sono già tre giorni che siamo fermi nel porticciolo di Ustica, abbiamo girato tutta l’isola a piedi, abbiamo incontrato più volte le stesse poche facce, e ora siamo un poco stufi, Ustica è un’isola splendida, ma forse gennaio non è proprio il mese adatto per un soggiorno e l’idea del posto barca, già pagato, nel Marina di Villa Igea a Palermo, è un richiamo troppo forte.

            Pensiamo al cavo elettrico che ci consente di avere una barca calda e asciutta, ai negozi dell’Arenella, allo sfincione caldo del panificio, all’autobus n.173 che in quindici minuti ci porta al centro di Palermo, ai suoi locali, ai cinema, ai teatri, alle luccicanti vetrine, ai bar pasticcerie che sembrano gioiellerie! Non c’è dubbio Ustica merita una visita in un mese più caldo!

       La radio gracchia il meteo: “Tirreno meridionale settore ovest vento da sud ovest forza sette tendente a otto, mare da molto mosso ad agitato. Tendenza vento da sud ovest forza otto mare agitato”! Cavolo!

       Restare bloccati ancora per qualche giorno, sbatacchiando qui a Ustica, non è proprio il massimo e poi lo sfincione caldo… lo so che non dovrei neanche pensarci, ma il libeccio ci verrà da bolina larga quasi al traverso, e soprattutto, all’arrivo il golfo di Palermo ci ridosserà!

       Come sempre è il momento peggiore, bisogna decidere e in fretta, Cochise è in fondo una signora barca, non posso, non voglio esitare! Ho paura, ma sono le cime che ci tengono alla banchina, so che fuori c’è sempre solo una leale sfida con il mare e Cochise può farlo!

       «Andiamo, Carmen, o ora, o altri due tre giorni qui a rinforzare gli ormeggi e a sperare di non picchiare in banchina!» Lei mi guarda, sembra pronta a dissuadermi, ma si fida di me, la cosa se da una parte mi piace e mi gratifica, dall’altra sottolinea che fuori saranno fatti miei, lei potrà aiutarmi al timone mentre manovro e poco altro, «Ma si! Dammi un paio di minuti e sono pronta!»E’ sempre così: io ho paura, lei spinge, m’incoraggia, minimizza i miei timori ed esalta bontà sua le mie capacità! Fregato! Come spesso mi accade,  ho gettato lo zaino di là dal torrente, ora posso solo saltare!

       In pochi minuti la barca è pronta, sotto coperta è tutto in ordine, ben rizzato è questa un’abitudine per essere sempre pronti a muovere, tutto è in chiaro, i parabordi ritirati, le cerate indossate, le cinture di sicurezza ci ingolfano un poco. Devo fare in fretta, potrei ripensarci, staccarmi da terra, quando fuori non c’è solo una dolce brezza, mi costa sempre tantissimo.

       Il motore gira già al minimo, la manovra è semplice, siamo affiancati, Carmen molla a prua, io innesto motore avanti, la cima di poppa a doppino ci tiene schiacciandoci sul grosso parabordo e Cochise tranquillamente scosta la prua. Carmen è già rientrata in pozzetto, «Molla a poppa!»: il timone appena scontrato e Cochise lesto ignorando le raffiche fila verso la bocca del porticciolo.

       Appena il tempo di riordinare le cime d’ormeggio e ritirare i parabordi e siamo fuori senza alcun ridosso, il mare non ci ha atteso, è già grosso! Il porticciolo era troppo piccolo per alzare la randa, cerco di prendere le onde al mascone, ci sono già venti nodi di vento.

       Cedo il timone, aggancio la cintura di sicurezza alla life line e vado veloce all’albero, Cochise salta sulle onde, che già salgono sulla prua, un po’ troppo appesantita dall’ancora CQR ammanigliata a 70 metri di catena del diametro di 10 mm, qualcuno pensa che io sia esagerato, ma quando mi ormeggio, voglio essere sicuro che l’ancora tenga! M’incastro fra l’albero e le sartie, urlo «Al vento!», Carmen al timone orza e velocemente la randa va su, sbatacchiando con forti colpi di frusta, nonostante sia interamente steccata. Ora Cochise salta sulle onde, spinto dal motore, che deve essere un po’ su di giri, per riuscire a governare. E’ impressionante, ma non c’è più spazio per la paura, quella l’ho lasciata sulla banchina di Ustica, ora c’è solo da fare un lavoro e farlo bene!

       Prendo subito la prima mano di terzaroli, non è il caso di azzardare, teso la borosa, il boma sbatte con una certa forza, ma è fatta!

       Rientro in pozzetto quasi carponi, sono già sudato, cazziamo la scotta, poggiamo, la randa si gonfia con uno schiocco e Cochise appoggia lo spigolo di sinistra e prende subito un’andatura più dolce, il motore non serve più, può riposare per essere pronto a darci una mano, quando sarà il momento.

       Il rumore ora è solo quello del vento e del mare, ma bisogna fare in fretta, Cochise non è equilibrata con la sola randa a riva, apriamo il fiocco Genoa: è ormai una vela un po’ spanciata e soprattutto è grande! Copre al 150%, l’effetto è immediato: Cochise mette la falchetta in acqua e parte potente nella sua cavalcata. Teniamo un angolo di bolina di 50°/60°, il vento apparente è già arrivato a venticinque nodi con puntate a ventisette/ventotto, il log segna una velocità di sette nodi, che per una tranquilla barca da crociera è già un bell’andare!

       Gli spruzzi coprono la parte bassa del Genoa, il cielo si è chiuso e il mare comincia a chiedere rispetto! All’orizzonte a dritta, una striscia scura non promette nulla di buono. Accidenti a me! Il timone è diventato già troppo duro, le raffiche di vento superano ogni tanto i trenta nodi d’apparente, speravo di fare almeno un poco di strada prima di cominciare la lotta!

       Ho sbagliato! Il Genoa è troppo per Cochise in queste condizioni. Quando è il momento adatto per ridurre le vele? I sacri testi affermano che la prima volta che ci pensi è già tardi! E allora: «Dai Carmen, al lavoro, togliamo il Genoa!» Cochise segue Carmen che forza sul timone e orza di venti gradi, il mare ci ferma subito, il Genoa lascato sbatte violentemente, non possiamo tenere a lungo questa prua, lavoro sulla cima del rulla-fiocco e lentamente e con fatica lo avvolgo. Il risultato è penoso, ma non sono le condizioni ideali per avvolgere una vela così grossa! Pazienza, la sistemeremo in porto, quando arriviamo.

       «Poggia!» rischiamo di entrare in stallo, poi piano piano ricominciamo ad andare, o meglio a derivare! Devo fare in fretta! Mi aggancio e via, sono già all’albero. Stacco lo stralletto volante e lo porto a prua dove dovrò murarlo, «Attentooo!» l’ho vista e mi sono quasi sdraiato, un’onda più alta frange sulla prua e per un paio di secondi mi copre! Cavolo! Fortuna che la cerata era ben chiusa! Gli occhiali sono il problema più grosso!

       Aggancio lo stralletto e lo teso, questi sono i momenti in cui mi chiedo chi me lo fa fare e mi dico che non ho più l’età per andare a prua! Fatto, torno indietro aggancio le volanti, passo le nuove scotte, tiro fuori dal gavone la trinchetta ed eccomi nuovamente a prua, fradicio, l’adrenalina ben in circolo, garrocci, drizza, è tutto pronto! Mi fiondo in pozzetto, Cochise sta soffrendo, incassa colpi come un pugile suonato ed io con lui! Via su drizza, veloce la trinchetta della Hood sale a riva, sbattendo con gran fracasso, ma io sono subito sul winch e la scotta rapidamente cazzata porta con facilità la vela a segno. Ecco ripartiamo alla grande, ora più equilibrato, Cochise guizza avventandosi felice sulle onde.

       Ma non c’è tempo per tirare il fiato, non avevi sentito il meteo? Dava tendenza sud ovest forza otto! Allora che pensi? Sei uscito credendo di fare due bordi fra Punta Ala e Porto Azzurro? Qui non si scherza!: vento apparente trentacinque nodi con raffiche fino a trentotto nodi, è ancora troppo! Ingrano il pilota automatico e mentre penso con apprensione alla plastichetta con cui l’Autohelm lo costruisce, prevedendo un utilizzo con le bavette estive, urlo: «Carmen alla scotta e al vang! Molla quando ti do il segnale».

       Sono nuovamente all’albero, la barca è sbandata e salta su un mare diventato grosso, so che la trinchetta rimasta da sola continuerà lo stesso a tirare, «Mollaaa!» Cochise si risolleva, lasco la drizza, tiro giù un pezzo di randa, incoccio l’anello della seconda mano… lavoro sul winch… la drizza è nuovamente tesa. Ora tocca alla borosa, non posso portarla subito a segno, la vela rimane pizzicata e potrebbe lacerarsi, devo far cazzare un poco la scotta e stendermi sul boma, quasi fuori bordo, per sistemarla e non lasciarla strizzare dalla borosa. Sono fradicio, anche questa è a posto! Torno in pozzetto, va meglio ripartiamo alla grande, Carmen mi guarda con ammirazione, io guardo il mare e la striscia nera che inesorabile si avvicina, oggi non c’è pace, pensavi che quelli di Pratica di Mare, come spesso accade, esagerassero?

       Il vento apparente ha già superato i quaranta nodi e il mare è tutto uno spruzzo bianco. Il timone è ancora duro, Cochise sembra un autotreno lanciato in discesa e senza freni! Fa impressione. Porca miseria, non è neanche un’ora che siamo partiti e siamo già in piena burrasca! Andare a prua con questo mare non è divertente, ma non ho tempo di protestare, e poi con chi? Devo ridurre ancora! Carmen torna mal volentieri al timone, ha paura, ma non lo fa vedere, io respiro adrenalina pura.

       Afferro dal gavone la trinchettina auto virante, sono già agganciato: «Orza!» Cochise salta con la prua quasi al vento, mollo la drizza, la trinchetta scende veloce sui garrocci, «Poggia!»striscio a prua, fradicio, ad ogni onda vado sott’acqua, sgancio la trinchetta aggancio la trinchettina, garrocci, drizza, regolo la scotta, eseguo tutto meccanicamente, nessuna onda cattiva cerca di portarmi via, mi trascino tenendo ben stretta a me la trinchetta, sono in pozzetto, giù la vela fradicia, sotto coperta, su di drizza… è facile è quasi una tormentina. Con uno schiocco si gonfia e riprendiamo a correre.

       Carmen mi sorride, come sa farlo lei e i suoi occhi ancora una volta mi dicono “stai tranquillo, ce la fai alla grande! Sei forte!” Bontà sua! Io sono meno convinto! Facciamo una velocità di otto - nove nodi con puntate di dieci, il mare è ormai impressionante, le onde salgono di prua, scavalcano la cappottina e arrivano smorzate fino al timone, il tambuccio è chiuso e noi in pozzetto legati ammiriamo la corsa di Cochise senza fiatare.

       E’ la prima burrasca così forte che affronto in mare aperto, senza una qualche terra che ridossi un poco il mare. Ma ancora non è tutto! C’è dell’altra forza da scatenare, una raffica urla fino a cinquantacinque nodi di apparente e ci stende! Il rumore è assordante! Temo che qualche cosa ceda, ce la vedremmo brutta! Governo facendo sempre più fatica c’è ancora troppa tela a riva! Dovevo essere più prudente, uscire con tutto il Genoa aperto, ma cosa credevo?

       Non c’è tempo neanche per aver paura, devo essere lucido… cinquantacinque - sessanta nodi! «Via giù la randa! Leviamola e continuiamo con la sola trinchettina autovirante!» Scorgo un lampo di vera paura negli occhi di Carmen, ma non ho tempo, le urlo di prendere il timone e striscio fino all’albero, mollo la drizza e comincio a recuperare la vela che sbatte furiosa, cavolo non viene! L’easy jack, comodo aiuto in tempi morbidi, s’impiglia sui carrelli della randa e ne impedisce la discesa! Provo ancora imprecando e cercando di tenermi ben saldo all’albero.

       Il pensiero corre subito al pulpito di poppa, dove tengo un coltello affilatissimo, ma no! Non c’è tempo, allora incoccio la terza mano, su di drizza, la borosa è già sul winch ed io alo con tutte le mie forze, questa volta se la vela rimane pizzicata pazienza! Evito di guardare il mare, posso fare solo una cosa per volta anzi due giacché devo impegnarmi per non volare fuori bordo accompagnato da un’onda più cattiva.

       Mi trascino in pozzetto, ho la sensazione che Cochise mi abbia impedito di fare una sciocchezza, con la sola trinchettina avrei fatto fatica a governare! Il mare è tutto coperto di schizzi bianchi e il vento si è ora stabilizzato, sono quarantacinque - cinquanta nodi di apparente, lo spettacolo è maestoso, Cochise non è più sovra invelato e corre al traverso spinto da una forza impressionante, ogni tanto qualche onda raggiunge il pozzetto, ma non sono tante, Lui sembra scrollarsi e riparte alla grande!

       Andiamo veloci e all’arrivo delle onde, la prua si alza, poi Cochise mette la falchetta in acqua e riparte. La barca sembra proprio a suo agio, il pensiero che se qualche cosa cede, saremmo nei guai, mi sfiora appena, siamo fradici, nonostante le cerate, il mare è davvero impressionante. Ma Cochise non sembra preoccuparsi molto… e ci consente di ammirare con riverente timore, il mare gonfio e bianco di schiuma. Io sono legato ed ho qualche difficoltà a guardare avanti, gli occhiali avrebbero bisogno di un tergicristallo…! Carmen è sotto la cappottina, abbracciata al winch, spalle alla prua, lancia su di me sguardi dolci d’incoraggiamento, io evito di dirle che sono terrorizzato!...

Una partita a scacchi incipit

“GRECO IL CALABRESE” pedone e torre di donna

 

 

 

Anno 1590,  è un inverno molto rigido, i lupi sono scesi dalla Sila alla ricerca di qualcosa da mangiare, Cosimo è preoccupato. Reginella, la moglie, attende il suo primo genito e lui li ha visti i lupi, ne ha seguito le tracce, arrivavano fino alle prime case di Celico, quei bastardi! Per nulla intimoriti dalla canizza che si levava dalle povere casupole dove miseri contadini si barricavano la sera per difendersi dal freddo.

Si aggiravano alla ricerca di qualcosa su cui affondare i denti, come sciabole. Erano già sparite due capre ed un vitellino di pochi giorni, Cosimo ne aveva trovato i pochi resti abbandonati dove il tratturo si cangia in bosco.

Lo schioppo a tracolla, la bisaccia unta, ma vero forziere, ricco di tesori, come mezza forma di pane di grano duro, cacio di pecora, olive e una fiaschetta di aspro vino rosso, Cosimo girava a cavallo di una giumenta di sangue arabo, per i campi di don Ciccio Ceravolo, il feudatario per il quale faticava: campiere, questo era il suo mestiere e lo svolgeva con grande attenzione.

Ora a complicargli le giornate, ci mancavano pure i lupi. Sempre a cavallo pioggia o neve sempre a sorvegliare i contadini, ma anche a proteggerli, come adesso che i lupi insidiavano le loro case e le loro misere stalle.

Stava bene Cosimo Greco, la sua era una vita abbastanza agiata, don Ciccio sapeva ricompensare chi si mostrava utile al proprio tornaconto, ma ora questo pensiero dei lupi e di Reginella sola in casa con le doglie e la levatrice a scaldare acqua, lo tenevano sulle spine.

Intanto doveva ancora andare a controllare Mimmuccio Lo Monaco e il suo gregge di pecore che si trovava al pascolo alla timpa dura, unico campo dove cresceva ancora un poco di stenta erba.

Mimmuccio non aveva paura, confidava nella forza dei suoi due grossi cani da pastore, tirati su a siero e crusca, a cui aveva fatto indossare dei collari irti di chiodi, che davano alle due bestie un’aria molto cattiva. Ma i lupi quando sono in branco non si lasciano facilmente impressionare. Nel branco c’erano tre femmine che allattavano e la fame le rendeva leonesse.

L’abbaiare furioso dei cani e le urla del pastore, colpirono Cosimo come un cazzotto allo stomaco: affondò gli speroni nei fianchi della giumenta e partì al galoppo tagliando per il campo del pozzo. Gli zoccoli sollevavano sbuffi di neve.

I lupi si erano divisi in due gruppi, uno con i maschi più grossi aveva attirato i due cani verso i macchioni,  il secondo con le femmine aveva assaltato il gregge e già due pecore erano a terra in un lago di sangue.

Mimmuccio continuava ad urlare roteando sulla testa un nodoso bastone, Marcorio e Ricottedda i due cani cercavano di impegnare i lupi che danzavano con loro mordendo e schivando veloci. I chiodi difendevano solo le due gole.

La scena che si parò davanti a Cosimo fu drammatica e semplice: una carneficina! Cominciò ad urlare e scaricò verso i lupi la canna del suo schioppo, ricaricando veloce. Alla prima fece seguire una seconda ed una terza scarica e infine ottenne il risultato sperato: i lupi si ritirarono nel bosco, indisturbati, lasciando le due pecore sgozzate e i due cani malconci.

E’ sera, è già buio quando rientra al paese, alla sua casa accanto alla chiesa di San Michele. Smonta e conduce veloce la giumenta alla stalla ed è lì che lo raggiunge donna Marella, la levatrice. Tutta festante si complimenta: è un bel masculiddu! Sano come un capretto, peserà più di tre chili! Cosimo è felice, lo chiamerà Gioacchino, fuori il vento urla sollevando cristalli di neve, ha scelto una bella sera da lupi per venire al mondo!...