Il Maestro Del Dotto su Torre&Cavallo

“Il sacrificio dell’Alfiere – l’Alfiere cattivo” di Stefano Sala

 

La bella giornata di sole immortalata nell’incipit viene di colpo sconvolta da un volo a planare di un’auto sul mare, presto inghiottita dai flutti, verso un inesorabile suicidio del conducente. Un tuffo nel noir che ricorda Traditori di tutti dell’ineguagliato maestro Giorgio Scerbanenco: ma mentre la vecchia Fiat 1300 affonda nelle nebbie del naviglio pavese, la Fiat Panda precipitata giù dal molo di Palermo, dà scacco al destino, e l’autista Gianni viene miracolosamente salvato dal pittore Giorgio. Il sommerso salvato e il suo salvatore si legano a doppio filo di un’insana amicizia, corrosa via via da un reciproco odio crescente: il passato di Gianni è ingombro di ombre pesanti, per una vita condotta sull’orlo del precipizio, pronta a disordinare la quotidiana routine di Giorgio. Gianni distruggerà le passioni e gli affetti più intimi di colui che l’ha sottratto all’abisso, gli affonderà la barca, gli sedurrà l’ex fidanzata Giulia, gli renderà la vita totalmente impossibile. Il triangolo che lega i tre protagonisti si spezza con la morte di Giulia, un delitto che in Giorgio desta sospetto verso il rivale e una sete di vendetta, sfociata poi in un goffo tentato omicidio. Sarà la volta del carcere e dell’umiliazione, ma quando tutto sembra perduto per Giorgio, Gianni realizza come una liberazione la sua volontà di suicidio, che chiude i conti con gli incubi atroci del passato.

Sono tante le varianti di lettura che ci porge il romanzo Il sacrificio dell’Alfiere – l’Alfiere cattivo di Stefano Sala, edito da Le Due Torri di Bologna: dalla perenne lotta tra Eros e Thanatos, all’interpretazione in chiave edipica di stampo freudiano nel rapporto che lega i protagonisti, dalla dialettica costruzione-distruzione che contraddistingue i personaggi, alla presenza discreta, carsica del gioco degli scacchi, che appare, scompare, riemerge e punteggia di simboli l’intera opera.

Il termine sacrificio, nome battesimale del libro, è un vocabolo che va al di là della frontiera  delle sessantaquattro caselle: esso unifica l’aggettivo latino sacer al verbo facere nel senso nobile di rendere sacro con un atto propiziatorio, in un’accezione prettamente religiosa. Se nel lessico di tutti i giorni questa parola ha assunto il significato di rinuncia in vista di un fine, di dolorosa privazione in aspettativa, nel gioco degli scacchi, al di fuori del calcolo speculativo su lungo termine, il sacrificio si mantiene ancora nei confini del rito, per celebrare la scacco matto sugli altari della vittoria. E l’Alfiere cattivo deve fare i conti con i propri pedoni, con i propri limiti cromatici e ontologici, perché l’Alfiere cattivo, che nell’immaginario collettivo è sempre nero come nella copertina del romanzo, non ce ne voglia il revisionista Mihai Suba, è la cattiva coscienza di Stonewall e altre prigioni francesi, la luna storta dei cambiamenti d’umore.

Sono tre le partite di scacchi ripercorse nel libro mossa per mossa. La prima, la Nasshan-Wayand, campionato tedesco under 16 del  2002, non ha volutamente nobili natali, poiché deve riprodurre una semplice partita giocata on line su internet. Il tema tattico del “dono greco” – con implicito omaggio al circolo Gioacchino Greco di Cecina, di cui l’autore fa parte – anticipa di poche pagine con la mossa Axh7+ il sacrificio dell’Alfiere buono, Giorgio, che mette a repentaglio la propria vita pur di strappare al suicidio Gianni, il folle autista della Panda gialla buttatasi in mare.

La seconda partita riguarda un incontro del campionato italiano a squadre, con Giorgio conduttore dei Bianchi, sconfitto dal professore di matematica Luca Masi: la gara ricalca la Troianescu-Petrosian, Bucarest 1953 e mai scelta poteva rivelarsi più azzeccata. Masi gioca come il futuro campione del mondo e sfodera in doppia copia il brevetto del sacrificio di qualità, con posizione finale dove l’Alfiere cattivo camposcuro del Nero sconfigge la Torre avversaria. Un successo che celebra simbolicamente il trionfo di Gianni su Giorgio.

La terza partita, disputata da Giorgio nel carcere dell’Ucciardone contro un boss della  mafia, rimanda per certi versi alla sfida tra il protagonista del romanzo Diceria dell’untore del superbo Gesualdo Bufalino, e il Magro all’interno della prigione/sanatorio. Ma qui la vittoria del boss non ammette rivincite, suggella l’apoteosi del sacrificio nella riproduzione della Tal-Simagin, giocata nel campionato sovietico del 1956: unica postilla, trattasi di una sorta di Difesa Pirc, o come direbbero oggi una Difesa Coccodrillo (ah, questi nomi “zoomorphy”, che orrore!) e non di una Difesa Caro-Kann, come riportato.

Stefano Sala, che già si era cimentato nella narrazione a carattere scacchistico, con la selezione di racconti a tema Una partita a scacchi, strizzando l’occhio a Ernest Hemingway e Jack London,  stavolta ingrana la marcia e conferisce alla trama un ritmo serrato, avvincente, che colpisce ai fianchi e allo stomaco il lettore, senza tregua, in pieno stile noir. Da menzionare inoltre l’eccellente appendice del professor Paolo Vannini (“La dialettica costruzione-distruzione nell’ultimo libro di Stefano Sala”) e le due prefazioni scritte dal professor Riccardo Parigi, Candidato Maestro, e dall’ex presidente del circolo Gioacchino Greco di Cecina, Andrea Taffi.

Riccardo Del Dotto

La Nazione

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La rivista letteraria "Inkroci"

 

 

 

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