«Metti la tua vita al sicuro: non guardare indietro e non ti fermare in alcun luogo della pianura, cerca scampo sul monte, altrimenti perirai!» (Genesi 9:15-17). Ma la moglie di Lot non obbedì, si volse a guardare indietro e diventò una “statua di sale.”  

 

Per raccontare sei costretto a guardare indietro. E con ciò rischi che il tuo sguardo ti trasformi in una statua di sale.

Ma come non correre questo rischio?

Mi chiamo Andrea, ho sessantatre anni e non ho mai avuto una grande simpatia per le scimmie. Qualcuno le trova carine, simpatiche, io no, le trovo dispettose, imprevedibili e incontrollabili, dotate per giunta di affilati denti che non esitano a usare. Come la mia, che non so più da quanti anni ormai, vive saldamente e perfidamente aggrappata sulle mie spalle.

“La scimmia sulla schiena” è un famoso romanzo di William Burroughs del 1953. Il titolo si  riferisce all’espressione usata dall’autore, per indicare l’astinenza da eroina e morfina, astinenza che indica dipendenza e che si manifesta con forti dolori alla schiena, causati dal diminuire dell’effetto anestetico della droga sul sistema nervoso periferico.

Il collegamento scimmia – alcol, scimmia – droga è ormai universalmente riconosciuto. Io però non bevo che un bicchiere a pasto e non mi drogo, eppure ho ugualmente la certezza, che sulle mie di spalle viva un perfido esemplare di scimmia, piccola e cattiva, perché la sento agitarsi e impormi la sua presenza. Lei non mi spinge a drogarmi né a bere, ma è pressata dal bisogno di cibarsi del mio dolore e della mia angoscia. Se io tento di declinare il suo invito a nutrirla, la bestiaccia subito si vendica, facendomi star male, graffiandomi il viso e tirandomi i capelli. 

Mi domando a cosa è servito rivivere tutto questo dolore, ho trovato le risposte che mi erano state promesse? Non mi pare, un senso di rabbia e di frustrazione mi stringe il petto, sono sfinito.

Luis Sepulveda racconta che da qualche parte in Germania in un campo di concentramento, su di un muro qualcuno ha scritto: “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia” e prosegue: “… mi sono inginocchiato davanti a quelle parole e ho giurato che, chiunque le avesse scritte, io avrei raccontato la sua storia, gli avrei dato la mia voce, perché il suo silenzio smettesse di essere una lapide …”.

 Queste parole mi hanno colpito e con tutti i dovuti distinguo e senza la minima intenzione di fare paragoni assurdi, non voglio dover pensare: “Io ho vissuto tutto questo e nessuno racconterà la mia storia”. Forse in questa frase sarebbe possibile trovare una risposta alla domanda: ”A cosa è servito rivivere tutto questo dolore?”