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L'intervento di G. Salvini durante la presentazione di Cecina

giallo come il fiore dello zolfo

E' appena uscito l'ultimo mio romanzo: "Giallo come il fiore dello zolfo" attendendo che la distribuzione si organizzi mettendolo a disposizione, è possibile ordinarlo all'editore senza spese aggiuntive!

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Prima impressione di Carlo Alberto Gavazzoni

Carlo Alberto Cavazzoni su Facebook

 

 

Carlo Alberto Cavazzoni

1 h

Ho letto "Giallo come il fiore dello zolfo" di Stefano Sala edizioni Qanat, in una notte. Preso dai cunicoli delle solfatare mi sono perso nel tempo finché non sono arrivato al finale, nerissimo, amaro ed ironico dove tutti tradiscono tutti.

Storia e destino si rincorrono, il romanzo conferma la vocazione dell'autore al thriller d'azione e la sua capacità di creare un "montaggio" della narrazione quasi cinematografico e sempre incalzante. Sì lo confesso quest'ultima fatica di Sala, ancor più che nei precedenti suoi romanzi, mi ha sollecitato a sedermi ed a gustarmi l'azione come fossi davanti allo schermo di un film. Dopo l'antefatto che ricostruisce un pezzo cruciale della storia della Sicilia, l'azione si mette in moto ai nostri giorni. La passione per il gioco degli Scacchi di Gabriele provoca l'apertura e la chiusura di una serie di porte che condizionano la trama fino al già accennato nerissimo e ironico finale. Un romanzo da leggere, una piacevole conferma. Continua a scrivere Stefano!

 

Riccardo Del Dotto prima impressione su "Giallo come il fiore..."

 
 
Riccardo Del Dotto è con Stefano Sala.
1 h · 
 
GIALLO COME IL FIORE DELLO ZOLFO – STEFANO SALA
Nel teatro del Risorgimento, don Saro Branciforte è un gattopardo in fuga, un barone braccato dai lupi, affamati di quella libertà che si è fatta giustizia da sola in quel di Bronte, al confine di un regno, mentre sta per sorgerne un altro. L’ultimo atto dinastico che compie è una carta disperata, un misfatto intriso di sangue, nella sepoltura dell’avito tesoro, quasi fosse roba qualsiasi di un Mazzarò qualunque, nel cuore dell’isola, nelle miniere di zolfo, degna sede dei suoi ori. La sua battaglia in difesa delle Due Sicilie è persa in partenza, per lui si apriranno le porte del carcere-lager delle Fenestrelle in Piemonte, a finire i suoi giorni, al pari d’un brigante. L’immensa ricchezza giacerà seppellita per oltre un secolo, finché da un vecchio secrétaire sbucherà una mappa, che nella concatenazione di vicende paradossali, ricche di colpi a sorpresa, cambierà più volte mano, testimone e legato di un patrimonio divenuto res nullius. Stefano Sala, da narratore ormai navigato, intreccia con sapienza la trama, la vivifica con sequenze a ritmo cinematografico, regala alla lettura la scorrevolezza oliata di un meccanismo perfettamente lubrificato. La suggestione “neoborbonica”, di cui potrebbe sorger sospetto, è in verità puro omaggio alla tradizione di una terra che è stirpe dei Verga, dei Pirandello, dei Tomasi di Lampedusa, degli Sciascia, fino ad arrivare ai Camilleri, per cui una buona e attenta lettura fuga ogni dubbio.

 

 

Giallo come il fiore dello zolfo

 

PREFAZIONE

 

Prof. Riccardo Parigi

Nei tre romanzi pubblicati tra il 2015 e il 2018 (Il sacrificio dell’AlfiereLa scacchiera d’oroIl pedone avvelenato) Stefano Sala ha dimostrato di possedere le doti del narratore di razza e di sapersi muovere con disinvoltura tra generi assai distanti come il noir, l’action thriller, il romanzo storico. Il filo che lega questi testi è certamente la grande passione dell’autore per il gioco degli scacchi, gioco che diviene elemento centrale della narrazione e simbolo, più o meno esplicito, delle ossessioni, delle frustrazioni, del desiderio di successo che conducono i personaggi a scelte fatali, spesso rovinose, autodistruttive. Sia che parli della Palermo di oggi o ricostruisca le avventure di un grande scacchista del passato come Gioacchino Greco, lo sguardo di Sala sulle cose è duro, senza sbocchi consolatori: gli uomini combattono una battaglia frenetica, senza esclusione di colpi, come i pezzi bianchi e neri sulle sessantaquattro caselle. 

Ritroviamo questi elementi anche in Giallo come il fiore dello zolfo: sebbene il richiamo agli scacchi questa volta sia fugace, identica è la capacità di Sala di creare un “montaggio” del plot incalzante, implacabile, dal ritmo cinematografico.

La vicenda ha un antefatto che ricostruisce un momento cruciale della storia della Sicilia: lo sbarco dei Mille e la conquista del Mezzogiorno da parte di Garibaldi. Senza negare la buona fede dei resoconti storici lasciatici da un Abba o da un Bandi, la descrizione di questi avvenimenti viene fatta senza indulgere minimamente alla retorica o a certi miti cari alla storiografia sabauda. L’autore, in una significativa nota introduttiva, afferma: «non sono né mi sento un “neoborbonico” … Sono però cosciente che quasi sempre la storia è scritta e narrata da chi vince e che spesso gli storici “di regime” tendono a cancellare le ragioni dei vinti».

Sulla scia delle gesta garibaldine si intrecciarono e si scontrarono sentimenti patriottici genuini, biechi calcoli politici, immense cupidigie scatenate dal desiderio di sfruttare le risorse del Regno borbonico (si pensi solo all’ “oro bianco” – il sale – e all’ “oro giallo” – lo zolfo –). In questo quadro convulso si muove il personaggio da cui ha origine tutta la vicenda del romanzo: don Saro Branciforte, barone di Rocca Perciata. Un principe ricchissimo che ha in odio i “lupi” piemontesi e vuole nascondere almeno una parte della sua “roba” (direbbe Verga). Ecco dunque che occulta in una delle sue zolfatare, la Timpa Nera, otto casse che contengono ducati, gioielli e tanti oggetti di grande valore. Segna su una mappa il percorso labirintico da fare per giungere al “tesoro”, e chiude il prezioso documento in un cassetto di un elegante secrétaire. Dopodiché Don Saro viene travolto dagli eventi della storia, è catturato mentre combatte contro le truppe piemontesi e incarcerato nella terribile fortezza di Fenestrelle vicino a Torino.

E il secrétaire? La mappa? Beh, non vogliamo anticipare troppo. Diciamo solo che il lettore verrà sicuramente catturato dall’intreccio messo a punto da Sala, un intreccio, tragico e beffardo, regolato dall’originale meccanismo delle “sliding doors”. Dopo un secolo e mezzo, la vicenda legata al mobile di don Saro si rimette in moto. Si rimette in moto come un macigno che rotola lungo un pendio: se incontra un ostacolo, la traiettoria della pietra può mutare ma alla fine precipita in fondo. Il caso, un evento fortuito (non certo la provvidenza guidata da un Dio d’amore) fa sì che una serie di personaggi aprano e chiudano porte della loro esistenza – sliding doors, appunto! – dando un inconsapevole contributo alla riscoperta della mappa. Un giovane astigiano, Vittorio Lopez, ambizioso e frustrato, desideroso di “svoltare” nella vita, sarà colui che comprenderà a pieno l’importanza del documento. Si trasferirà prima a Palermo, poi a Racalmuto dove aprirà – possiamo ben dirlo – l’ultima, fatidica porta…

Un romanzo da leggere, quello di Stefano Sala, un romanzo in cui l’autentica protagonista è la Sicilia, con le sue strepitose bellezze, le sue innegabili risorse e le sue contraddizioni che, in parte, traggono origine proprio dall’annessione del 1860. Un romanzo con un finale assolutamente plausibile, crudele e ironico, in quanto la Storia – usiamo la maiuscola… – si prende la rivincita sulla immutabile cupidigia di certi uomini.

 

 

INCIPIT

ANTEFATTO

 13 maggio 1860.

 Mio delicato giaggiolo, è finita. Sono sbarcati a Marsala e dove se no?  Ci sono quasi più inglesi che siciliani in quella cittadina. 

Che ne sarà di me? Ho speso tutta la vita a servire Ferdinando, il mio re, ma non è servito a niente. Ho provato a spiegare, ancora una volta, al barone Caracciolo che stavamo conducendo un gioco pericoloso, che la questione degli zolfi rischiava di divenire la nostra rovina; purtroppo non ho trovato orecchie pronte ad ascoltarmi. Ora che Ferdinando ci ha lasciati orfani e indifesi, saprà Francesco trovare la forza per resistere? 

Che ne sarà di voi, mio piccolo fiore? Temo che Napoli diventerà presto un inferno. Vorrei strapparvi a quel miserabile che avete dovuto sposare. Potremmo fuggire insieme, noleggiare una carrozza e tentare di raggiungere la Francia. Ma voi trovereste la forza di compiere questo pericoloso viaggio, abbandonando vostro marito ed esponendovi all’esecrazione dei vostri? Come vedete ho seri motivi per essere preoccupato.

 Spero di arrivare in tempo. Riflettete e fatevi trovare pronta, non penso che ci sarà più di un’occasione. Se riuscirò a raggiungere presto Napoli, giuro che proverò a portarvi via con me. Ora devo tentare di salvare il salvabile. Vi bacio con passione e vorrei poterVi stringere fra le mie mani come un tenero passerotto. Vorrei soffiare dolcemente fra le dita per tenervi al caldo, nelle mie mani, nel mio cuore.

 Don Saro Branciforte, barone di Rocca Perciata, ripiegata la lettera, tenne la candela vicina alla bacchetta di ceralacca rossa, preparandosi ad apporre il sigillo. La cera colava sul foglio mista alle sue lacrime: temeva che non avrebbe mai più rivisto il suo splendido giaggiolo.

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Il pedone avvelenato

Al telegiornale di Tele One

Sullo splendido blog Uno Scacchista una presentazione della trilogia nera.

Intervista sul blog giallo e cucina

Il blog "CitaScacchi" cita il pedone avvelenato

Link a sound cloud con 5 contenuti audio e due racconti letti da Matteo Caccia

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